

L’ondata di critiche che mi è arrivata addosso per l’articolo sulla banca pubblica per sostenere le medie e piccole imprese è talmente alta che è obbligatoria una risposta. I miei critici sono tanti, sapienti, un po’ aggressivi e anche un po’ stupidini.
1- Ossessione per il comunismo. Non ho alcuna ossessione. Il comunismo era arrivato a essere una realtà per un terzo della popolazione mondiale. Adesso è sparito dalla faccia del pianeta, e forse ci sarà pure qualche ragione per questo fatto. Che poi in Italia alcuni tengano accesa la fiammella del comunismo è commovente. Ma tutto si ferma lì. Non hanno ricette da proporre. E, in genere, quello che suggeriscono non ha alcuna validità perché viene da esperienze già fallite.
2- La banca pubblica. I sapienti critici mi fanno notare che altrove le banche pubbliche esistono. E con questo? Ricordo loro, visto che sembrano essere vissuti su Marte fino a ieri, che ancora vent’anni fa in Italia c’era una situazione “bulgara”. Almeno il 50 per cento dell’economia era di fatto pubblica. C’era l’Iri, la più grande holding industriale dell’Occidente (700 mila dipendenti nei momenti di gloria), c’erano l’Eni, l’Enel, l’Efim, ecc. E tutte, dico tutte, le banche erano pubbliche. Persino Mediobanca, anche se poi Cuccia riusciva a muoversi (protetto da Ugo La Malfa) come una banca privata.
Si sa come andavano le cose. I consigli di amministrazione di tutti questi soggetti, i presidenti, gli amministratori delegati, i direttori generali, venivano nominati dopo trattative estenuanti fra i capi dei partiti (o delle correnti). Il risultato è stato quello che è noto: scandali, malversazioni, indebitamenti spaventosi, efficienza zero, favoritismi, ecc. Al punto che si è deciso che tutto ciò fosse un ostacolo sullo sviluppo della società italiana. E è stato smantellato quasi tutto.
Ma l’appetito dei partiti è lungo a morire (siamo in Italia non in Germania). La Lega, come forse si sa, si è fatta una sua banca: stava fallendo e l’hanno venduta a quel gaglioffo della Popolare di Lodi. I Ds hanno cercato, con la Unipol, di comprarsi la Bnl, ma non ci sono riusciti. In compenso adesso stanno litigando per il vertice di Banca Intesa (loro, non gli azionisti). La Lega ha tramato e trama intorno a Unicredit. I partiti amano le banche perché dentro ci sono i soldi (nostri), cosa preziosa in una stagione in cui invece lo Stato soldi non ne ha.
Insomma, la banca pubblica non è un’invenzione di questi giorni. In Italia ne abbiamo avute tante (tutte), e non è stata una bella storia. In più sappiamo che i partiti non aspettano altro.
3- Il notaio. E veniamo ai giorni nostri. Se qualcuno pensa di uscire dall’attuale situazione di difficoltà del credito andando dal notaio e fondando una banca pubblica, allora può credere anche a Biancaneve, a Babbo Natale e alla favola di Pollicino. Con quali soldi funzionerebbe questa banca? Con i denari dei depositanti: ma quali? Con fondi pubblici: e dove li trovano? Con quali criteri darebbero i soldi alle imprese? E perché mai questa banca (per il momento senza depositi) dovrebbe dare soldi a gente a cui hanno già detto no, magari, Mediocredito, Banca Intesa, Unicredit, Monte Paschi, ecc.?
In conclusione, non ci sono, purtroppo, scorciatoie. Ribadisco quello che ho detto nel primo articolo: nei momenti di crisi gestire il credito è difficile. E lo è ancora di più in un momento come questo di grande incertezza finanziaria. Mi rendo conto che l’odio verso le banche è tale da ottenebrare le menti, ma tutto ciò non deve impedire una valutazione oggettiva: le banche (e non solo quelle italiane) stanno cercando soprattutto di salvare se stesse, figurarsi se si mettono a dare soldi in giro a occhi chiusi. E’ triste, ma è così. E non si rimedia andando dal notaio a fondare una banca pubblica: senza depositi, senza management, senza esperienza di mercato. Insomma, una banca non è la San Vincenzo dell’imprenditoria.
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