E' ancora possibile fermare il declino italiano, ma bisogna muoversi in fretta e avere molto coraggio

di Giuseppe Turani perGiuseppe Turani

E’ ancora possibile fermare il declino italiano? Sì, a patto di muoversi alla svelta e senza troppi riguardi.


La prima cosa da fare, ovviamente, è ridurre il peso del debito accumulato sul Prodotto interno lordo (che oggi è superiore al 130 per cento). E qui c’è poco da fare: bisogna vendere in fretta un po’ di patrimonio pubblico, consapevoli che la casa sta bruciando e che quindi non bisogna farsi troppi scrupoli. E bisogna anche sapere che si può ottenere un buon prezzo per le cose che vanno bene, non per quelle che vanno male (che non le vuole nessuno).


Poi, bisogna decidersi una buona volta a tagliare gli attuali sussidi a pioggia alle imprese: sono circa 10 miliardi all’anno, di cui nessuno ricorda più perché sono stati stanziati e vengono corrisposti regolarmente.


Bisogna dare un taglio alla spesa pubblica corrente (non quella per il welfare, che fa difeso fino all’estremo). Una cosa da fare in fretta, ad esempio, è arrivare in tempi rapidissimi alla chiusura delle circa 10 mila società di comuni province e regioni che non si sa bene che cosa facciano, ma che in compenso costano un sacco di soldi. Si tratta di un sottobosco inventato per sistemare gli amici (fra consulenti e amministratori vi sono impegnate 200 mila persone) e i trombati alle elezioni. E’ uno scandalo che non può essere tollerato ancora a lungo. E’ evidente che ci sono di mezzo problemi giuridici e di competenze, ma bisogna trovare una strada per arrivare a chiudere queste società inutili.


In generale, non vanno applicate nuove imposte. Semmai vanno diminuite quelle esistenti, affinché la gente torni a avere un po’ di fiducia e a spendere un po’ di soldi.


Infine, non bisogna dimenticare che l’Italia, nonostante tutto e nonostante la crisi, è ancora un grande paese industriale (per fortuna). In certi casi siamo appena dietro a Germania e Giappone. Quindi la questione lavoro diventa fondamentale. E il cuneo fiscale va abbassato nella maggior misura possibile (servono almeno una ventina di miliardi). Ma probabilmente è anche ora di mandare in pensione la legislazione del lavoro.


E la formula migliore è quella che prevede un contatto unico per tutti con garanzie crescenti. Nei primi tre anni, ad esempio, si può essere licenziati per qualsiasi ragione, poi cominciano a scattare le garanzie e diventa via via sempre più difficile licenziare il lavoratore. La stessa cosa, ma rovesciata, dovrebbe funzionare per gli ammortizzatori sociali. Via tutto quello che c’è adesso. Chi resta senza lavoro riceve un sussidio di disoccupazione decrescente nel tempo (per incentivare la ricerca di un impiego) e cessa del tutto se il soggetto rifiuta per due volte un’offerta di lavoro fatta dagli appositi uffici.


Intorno a queste poche idee si può discutere e introdurre miglioramenti. L’unica cosa che non si può fare è stare fermi. Il tempo è già scaduto.


 

21 febbraio 2014
 
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